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Spunti di riflessione massonica sulla produzione di amuleti nell’antico Egitto


Premessa
L’interessamento a questo lavoro nasce a seguito della segnalazione, da parte del fratello Luciano P., dell’ esistenza, nella colonia latina di Aquileia, di una stele funeraria appartenente ad un certo Lucius Alfius, evidentemente un capomastro come palesato sulla pietra dalla rappresentazione dei suoi attrezzi da lavoro: livella, squadra, compasso, regolo, stiletti, maglietto e filo a piombo
fig. 1 L’accostamento di tutti questi strumenti a livello iconografico suscita inevitabilmente, in noi massoni, una forte emozione.
Sulla scia di questa indicazione ho, quindi, cercato di capire se questa associazione potesse avere delle allusioni simboliche tali da poter costituire un buon punto di partenza da cui trarre degli spunti di riflessione massonica.
Purtroppo la mia eccitazione è stata in parte disillusa dalla constatazione che in essa, come del resto in altre stele romane (fig. 2), dobbiamo leggere una iconografia funeraria volta a raccogliere quelli che sono stati gli strumenti da lavoro di questo personaggio in vita e non una composizione volta a sottintendere determinati significati simbolici, esoterici o filosofici.
fig. 2 Del resto il mondo romano-italico nell’antichità non è nuovo a rappresentazioni di questo genere; sono infatti molto diffuse stele funerarie che riportano in rilievo determinati attrezzi o simboli che alludono ai mestieri o alle funzioni politiche, religiose o militari esercitate in vita dal defunto.
Esistono poi insegne di botteghe (come ad Ostia e Pompei) in cui si ripropongono gli stessi accostamenti di oggetti o dei prodotti ivi venduti, in modo paratattico e con pure e semplici funzioni illustrative.
Ciò non deve comunque togliere il fatto che, di fronte ad una così splendida e completa (da un punto di vista massonico) rappresentazione, quale può essere la stele di Lucio Alfio, ognuno di noi sia libero di provare dentro di sé forti emozioni e di poter così apprezzare la straordinaria “attualità” che per noi fratelli può avere un’opera come questa risalente a quasi duemila anni fa.
Questo approccio archeologico alla materia massonica mi ha poi fatto tornare alla mente che esiste una civiltà antica nella quale esistono una serie di simbologie riconducibili, alcune in modo molto palese, altre meno, a significati ed interpretazioni massoniche. Il contesto cui sto facendo riferimento è l’antico Egitto.

L’uso degli amuleti nell’ambito della religione egizia
La religione degli antichi egizi, oltre ad essere caratterizzata da una natura politeistica, racchiude in sé numerosissime concezioni e credenze magico-simboliche.
La più chiara espressione di questo fenomeno risiede e si manifesta proprio nella produzione di amuleti.
Questo uso trova un’abnorme fioritura durante l’epoca tolemaica (332-31 a.C.), ma in realtà altro non è che la materializzazione di credenze e rituali ben radicati da secoli nella cultura religiosa ed ideologica egizia.
fig. 3, alcuni degli amuleti più comuni Tali amuleti vengono quindi a giocare un ruolo di basilare importanza in tutte le credenze magico-religiose egizie, finendo così per avere un campo di applicazione vastissimo, soprattutto per quello che riguarda l’ambito funerario.
Ve ne erano alcune tipologie la cui funzione era quella di difendere i vivi e proteggevano la persona che li portava dai pericoli più disparati.
Come già detto sopra, era però nel settore funerario che la stragrande maggioranza degli amuleti trovava la sua applicazione; essi venivano posti sul corpo mummificato del defunto, secondo una complicata topografia di ordine religioso, rigorosamente scandita da precise norme contenute in quella che, usando una espressione non troppo corretta, viene definita la “Bibbia dell’antico Egitto”, cioè il Libro dei Morti.
Questa sorta di “formulario” non è altro che una raccolta di preghiere e, soprattutto, racchiude in sé tutto quel complesso di formule, riguardanti il rituale funerario, che dovevano accompagnare il defunto durante tutto il processo di mummificazione e sepoltura.
Non mi sembra questa la sede in cui dilungarmi sui complessi fattori culturali che hanno permesso al Libro dei Morti di giungere, quasi intatto, fino ai giorni nostri.
Riprendiamo perciò il discorso sugli amuleti. Come già accennato, una fase assolutamente immancabile durante il processo di mummificazione era la deposizione (gravida essa stessa di una profonda ritualità) di tali amuleti tra le bende della mummia, secondo precisi criteri prestabiliti.
Essi dovevano accompagnare il defunto nel suo viaggio e, attirando su di esso tutti quegli effetti positivi che garantissero la sua onestà e rettitudine morale, facilitargli così il superamento di tutte le prove che avrebbe dovuto affrontare.
Essi dovevano inoltre proteggere il corpo mummificato dalla minaccia della decomposizione (fig.3).
La loro gamma tipologica è molto vasta: si passa da minuscole statuette di divinità, alla rappresentazione di singole parti anatomiche, di segni geroglifici, e di oggetti di uso quotidiano.
fig. 5 fig. 4 La nostra analisi si soffermerà proprio su alcuni amuleti di quest’ultima serie, in quanto di particolare interesse se considerati in un’ottica massonica.
Il loro interesse massonico non risiede solamente nell’aspetto formale-iconografico ma anche, e soprattutto, in quelli che sono i concetti che essi veicolano.
Il primo è proprio la Squadra (figg.4-5), che gli antichi egizi chiamavano Kesef. Personalmente trovo che il punto davvero stupefacente non risieda tanto nella forma e aspetto di tale strumento (peraltro a noi molto cara), quanto nel fatto che essa veniva impiegata come allusione della Rettitudine Morale.
fig. 6a fig. 6b Ancor più sbalorditivo è stato poi constatare che lo stesso concetto di rettitudine e altri affini quali Onestà, Equilibrio, Senno vengono tutti allegoricamente rappresentati con gli strumenti dei capomastri: la Livella ( che insieme alla squadra è l’amuleto che sembra godere di maggiore diffusione e, conseguentemente, è anche meglio attestata dal punto di vista archeologico- fig. 6), il Regolo (che in questo caso è meglio definire “cubito”- fig. 7) ed il Filo a piombo.
fig. 7 Anche se non si tratta di una simbologia strettamente connesse con la Muratoria, sia speculativa che operativa, ne esiste uno rappresentante un Contrappeso, detto Menat (figg.8-9).
fig. 8 fig. 9 La sua funzione è, in realtà, quella di bilanciare, posto sul dorso della persona, i grandi collari pettorali a più file di paste vitree che gli egizi erano soliti portare in determinate occasioni. Dal punto di vista simbolico esso allude all’Equilibrio Morale. Trovo di grande interesse massonico il confronto tra questo oggetto ed il nostro filo a piombo (che, ripeto, ho trovato menzionato a livello bibliografico ma di cui purtroppo non sono riuscito a reperire della documentazione fotografica). Esso, con il suo cadere perpendicolare, legato ad un filo, si fa, agli occhi degli antichi egizi, rappresentante di quel concetto di rigore che poi nella materia massonica è stato associato al filo a piombo.
Oltre a questa serie appena menzionata ho pensato di riportare un’altro amuleto il cui significato è accostabile alla nostra riflessione.
fig. 10 Trattasi della Scala, detta Rud (fig.10), intesa come il simbolo dell’Ascesa, dell’Elevazione ad una migliore condizione.
In questo caso si allude all’ “ascesa verso Osiride”, dopo la morte, come esplicitamente riportato anche nel capitolo XXII de Libro dei Morti e non può non ricordarci quell’ascesa verso la luce che si materializza proprio tramite la Scala di Giacobbe nella nostra Tavola di Tracciamento di Primo Grado.
Ovviamente di fronte all’originalità dell’associazione tra oggetto-simbolo e significato allegorico che si ha con i precedenti amuleti, in questo caso l’uso della scala costituisce il modo più semplice e scontato per rappresentare il concetto di ascesa, ed è per questo che lo ritroviamo, quasi come una costante simbolica , in molte civiltà del mondo antico.
Non stupisca quindi che tale fenomeno rappresentativo sia stato ereditato anche dalla cultura massonica.
Stupisce, quindi, l’alta considerazione in cui erano tenuti questi amuleti nella cultura funeraria egizia, ancor di più se si prende in analisi un momento fondamentale del viaggio del defunto nell’al di là: la pesatura del cuore (Fig. 11).
fig. 11- Papiro di Hunefer Prima di poter definitivamente passare nell’oltretomba il defunto veniva sottoposto da Anubis, il dio dalla testa di sciacallo, a questa precisa prova, volta a constatare la sua purezza d’animo.
A questo scopo Anubis poneva il cuore del defunto, chiuso in un vasetto, su un piatto della bilancia, mentre sull’altro sistemava una piuma di struzzo, simbolo di Maat, la dea della Giustizia.
Era a questo punto che entravano in gioco alcuni degli amuleti che il defunto portava addosso (nascosti tra le bende della mummia): Squadra, Livella, Regolo, Filo a piombo e Contrappeso Menat si trasformavano, così, in strumenti garanti di quell’Onestà, Giustizia, Equilibrio, Senno, Misericordia e Rettitudine morale che il defunto aveva avuto in vita.
Dopo aver constatato le presenza di tali simboli e, soprattutto, verificato che il cuore del defunto fosse puro e libero da peccato, quindi tanto “leggero” da poter stare nella bilancia sullo stesso piano della piuma della Giustizia, Anubis ne permetteva il passaggio.
In caso di mancato superamento della prova il defunto sarebbe stato divorato da una creatura mostruosa dal corpo di leone e la testa di coccodrillo.

Conclusione
Per concludere questo breve scritto di “Archeologia della Massoneria”, vorrei provare ad esternare alcune emozioni che ho provato nella sua stesura e renderne partecipi gli altri fratelli.
In primo luogo ho trovato di straordinario interesse il fatto che in un contesto così lontano da noi massoni odierni, dal punto di vista cronologico, geografico, culturale, ideologico e religioso potessero esistere delle simbologie, con annessi significati allegorici, che sono per lo più le stesse,in tutto e per tutto, di quelle con cui abbiamo a che fare noi.
In secondo luogo, al primo impatto con tale problematica, come una sorta di sensazione “a pelle”, mi è venuto da pensare alla grande ”attualità” massonica che queste simbologie presentano, però in fondo, pensandoci bene, mi è sembrato più corretto stravolgere questo punto di vista e ragionare su quella che è invece la remota antichità dei valori di cui la nostra Istituzione si fa portatrice.
Non a caso nel rituale di iniziazione noi diciamo che questa Istituzione “...antica lo è senza dubbio, esistendo da tempo immemorabile...” e credo che questo lavoro riproponga tale problematica.
Con questo non sto dicendo che la Massoneria abbia ripreso queste simbologie dall’antico Egitto (non mi permetterei mai di osare così tanto), ma sto semplicemente ponendo l’attenzione sul fatto che valori, che sono le fondamenta della nostra Istituzione, come quelli di Giustizia, Misericordia, Equilibrio, Rettitudine sono fuori dal concetto di Tempo.
L’uomo ha sempre avuto a che fare con essi ed ha, parallelamente, sentito la necessità di trovare degli oggetti-simbolo attraverso cui tali concetti astratti potessero materializzarsi. Tanto nel caso della cultura egizia, quanto in quello dell’Istituzione massonica, evidentemente, il repertorio degli attrezzi della muratoria operativa doveva risultare particolarmente confacente allo scopo.
Credo che sia proprio in questo farsi portatrice di valori eterni che risieda l’antichità della Massoneria; anzi, oserei di più.
La Massoneria è un qualcosa di eterno e fuori dal tempo come i suoi valori e, essa stessa come una sorta di concetto astratto, sfugge ad una sua riduttiva manifestazione materiale nelle vesti di Tempio, Sodalizio di fratelli o Agape per elevarsi ad un modo di essere che è esso stesso antico quanto l’Uomo, e che ci lega indissolubilmente a questi “fratelli” di oltre due millenni fa.

F.llo F.R.


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