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Al Fratello Maurizio N. nel giorno della sua elevazione
a Maestro Muratore
Caro Maurizio,
come da nostra usanza, sono io, l’ultimo (in tutti i sensi) fra i Maestri Muratori della nostra amata Loggia, che ho il piacere di rivolgerti un saluto nel giorno tu, a tua volta, sei divenuto MM.
Per prima cosa voglio dirti che in te ammiro doti è virtù che io non ho, mentre in te sono molto sviluppate.
In te ammiro la umiltà e la modestia naturali, non artefatte, proprio perché io sono un presuntuoso che cerca con sforzo di essere modesto, ma quasi mai ci riesce.
Ammiro come ti sei dedicato e ti dedichi tuttora agli approvvigionamenti, alla preparazione della mensa e al servizio dei fratelli in àgape: cosa che io ho fatto per il minimo indispensabile e con un certo fastidio.
Ammiro la semplice linearità del tuo parlare, io che sono arzigogolatore per natura e per compiacimento.
Ma bando ai complimenti, per quanto sinceri: stasera mi piacerebbe farti partecipe di alcune riflessioni che mi sono frullate per la mente quando io sono passato per la suggestiva cerimonia di cui tu sei stato da poco protagonista.
Mai come in quei momenti ho compreso l’unicità della mia individualità: a tutti gli effetti, nel bene e nel male, ero ben contento di essere chi sono e quel che sono, con nome e cognome, titoli accademici e quanto altro.
Però, contemporaneamente, osservavo che la natura in generale, e anche la nostra stessa specie, non dà troppa importanza all’individuo.
Mi veniva in mente il meccanismo della procreazione: produciamo ogni volta milioni di spermatozoi, ognuno dei quali è in grado di generare un individuo diverso, ma la funzione di questa miriade è solo quella di sospingerne uno, a caso o forse il più vitale, a fecondare l’ovulo di una donna (non di una donna predeterminata: di una donna qualsiasi).
L’individuo che ne sorte è dunque uno fra i milioni possibili, è totalmente casuale: alla specie non gliene frega niente di me o di te, per lei andava bene anche chiunque altro, a lei bastava che ne nascesse almeno uno.
Nel Tempio, mentre “diventavo” Maestro, mi passava per dunque per il capo che, contemporaneamente, siamo unici e insignificanti.
Nei giorni successivi ho riflettuto che, in effetti, nove mesi dopo un atto d’amore fra i nostri genitori, una persona fisica nasce, le viene dato un nome e un cognome, come si conviene e come è utile all’organizzazione sociale.
Poi questa persona cresce, impara, agisce, e si rafforza nella sua identità.
Ma, guardando le cose da una certa angolatura, tutto ciò mi è apparso artefatto.
Da questa certa angolatura Dario G. o Maurizio N. o (peggio!), l’ingegner Dario G. e il dottor Maurizio N., non esistono: sono convenzioni sociali, o poco più.
Vedi dunque, fratello Maurizio ora Maestro, che se, stasera o in altre occasioni, ti ha colto la strana sensazione di essere morto, forse non hai sbagliato più di tanto.
Ma se qualcuno è morto, stasera o in altri momenti, è la “crosta” detta “Maurizio N.”: iI tuo vero “te”, il tuo limpido essere spogliato del guscio, non può morire.
O almeno non può morire per quella che è la mia forse delirante percezione, senz’altro influenzata dai Vangeli e dalla Resurrezione del Cristo, o dalle parole di una maestra zen al figlio (che era Imperatore del Giappone) “…non sei mai nato, figlio mio, come puoi pensare di morire?….”
Ave Maurizio, atque vale!
Ex tuo fratre Dario G.
11 maggio 2004
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